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CRIPTOVALUTE – GUIDA 1: cosa sono

CRIPTOVALUTE – GUIDA 1: cosa sono

Primo capitolo della Guida alle Criptovalute, per comprendere, in modo agevole, aspetti tecnici, giuridici ed economici di questi nuovi valori di scambio.

Introduzione

Il Legislatore italiano, nel luglio 2017, ha elaborato la seguente definizione di valuta virtuale: “rappresentazione digitale di valore, non emessa da una banca centrale o da un’autorità pubblica, non necessariamente collegata a una valuta avente corso legale, utilizzata come mezzo di scambio per l’acquisto di beni e servizi e trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente[1]”.

Seppur generica, essa evidenzia correttamente le principali caratteristiche delle criptovalute e stabilisce una netta e decisiva differenziazione con la moneta elettronica, descritta dal TUB (Testo Unico Bancario) come: “il valore monetario memorizzato elettronicamente, ivi inclusa la memorizzazione magnetica, rappresentato da un credito nei confronti dell’emittente che sia emesso per effettuare operazioni di pagamento (…) e che sia accettato da persone fisiche e giuridiche diverse dall’emittente”[2].Partendo da ciò ed entrando progressivamente nel merito di aspetti tecnici ed economici, la GUIDE ALLE CRIPTOVALUTE intende fornire un quadro dell’attuale panorama criptomonetario, utile non soltanto a comprendere l’attuale strutturazione del sistema economico e di potere globale[3], ma altresì a fungere da supporto per la risoluzione di problematiche specifiche come

per i privati:

  • l’idoneità delle criptovalute per il proprio modello di business;
  • l’opportunità o meno di investire su uno specifico progetto;
  • la possibilità o meno di conferimenti di criptovalute nel capitale societario;

in ambito pubblico:

  • l’individuazione della disciplina applicabile in campo fiscale e in materia di Initial Coin Offering e quindi l’individuazione degli enti autorizzati alla emissione e gestione di cripto attività;
  • l’applicabilità o meno ad uno stato dell’U.e. che voglia emettere una propria criptovaluta, dei limiti di cui al Trattato di Maastricht ecc.

Sommario

Cosa sono le criptovalute

Stablecoin, token economy e tokenomics

Exchange e altri metodi per acquisire criptovalute

Conclusione

Cosa sono le criptovalute

Una nuova tipologia di valore di scambio non (necessariamente) emesso da una banca centrale o altra autorità pubblica

In particolare si distinguono:

  • criptovalute centralizzate, create e sviluppate da un ente privato, unico proprietario del relativo protocollo informatico (esempi sono Ripple, NEO e NEM);
  • criptovalute decentralizzate, create e sviluppate in via diffusa, da tutti gli aderenti al network informatico. L’architettura varia da protocollo a protocollo; con Bitcoin ad esempio, l’influenza politica di ciascuno nella sua gestione è direttamente proporzionale alla potenza computazionale dei dispositivi messi a servizio del network.

Esistente solo in forma digitale come records alfanumerici di transazioni, le quali sono:

protette dalla crittografia

Sotto questo profilo, è possibile distinguere:

  • criptovalute totalmente anonimizzanti (es. Monero conferisce un anonimato tanto più forte quanto sono elevate le commissioni che si è disposti a pagare sulla transazione); 
  • criptovalute che conferiscono un c.d. “pseudo anonimato” (es. Bitcoin[4]);

tendenzialmente irreversibili una volta convalidate

Il complesso calcolo necessario a verificare il corretto trasferimento di valore da un conto all’altro ed evitare la possibilità di spendere molteplici volte la stessa criptovaluta (c.d. double spending) viene definito mining e le sue principali varianti attualmente sono: proof of work, proof of stake e delegated proof of stake.

La decentralizzazione importa la possibilità, per coloro che siano in grado di dotarsi degli adeguati costosi hardware (GPU e ASIC), di minare le criptovalute ricevendone in cambio una ricompensa sotto forma di nuovi coin (per questo in numerosi protocolli l’attività di mining equivale, almeno in parte, al conio). In altri termini, le criptovalute rappresentano l’incentivo per gli utenti che vogliano sostenere il protocollo per mezzo della potenza computazionale dei propri dispositivi e/o per coloro che pongano in essere ulteriori comportamenti a favore di esso, pre – stabiliti mediante c.d. “smart contract”. Trattasi di un programma che permette alla piattaforma che lo implementa di effettuare automaticamente determinate azioni all’avverarsi delle condizioni predeterminate dalle parti. Ad esempio, gli utenti che condividono file su BitTorrent guadagnano un certo numero di token in base alla banda fornita al network. In altri termini, più Mbps in upload vengono forniti e maggiore è la ricompensa.

Non essendo previsto alcun intervento umano nelle fasi successive alla programmazione dello smart contract, esso deve essere realizzato in maniera estremamente precisa con riferimento a condizioni e relative conseguenze che ne devono scaturire (“If-this-then-that”, “se accade ciò allora succede questo”).

Nel caso delle valute a gestione centralizzata, invece, il mining è compiuto dall’ente gestore al momento stesso dell’emissione (è in tal senso che si usa il termine pre-mining).

records alfanumerici validati (minati) confluiscono in un c.d. Distributed Ledger (D.L.), un registro informatico fisicamente distribuito che garantisce la tracciabilità e tendenziale immodificabilità dei dati.

Sotto il profilo della consultabilità un D.L. può essere privato (come quello in via di sperimentazione da parte dell’ABI) o pubblico (es. Bitcoin). 

Sotto il profilo gestionale, invece, costituendo la base alla quale si ancorano i protocolli criptomonetari, è più corretto attribuire ad essi la distinzione fra sistemi centralizzati e decentralizzati.

In particolare, si è soliti utilizzare il termine D.L. per quelli del primo tipo (detti anche permissioned) e il termine blockchain per indicare quelli decentralizzati e pubblici (cc.dd. permissionless)[5].

Le reti permissioned risultano più facilmente implementabili dai vari contributor, non solo in ragione del fatto che la loro identità è accertata ma altresì del fatto che spesso tale strutturazione coincide con l’attribuzione di privilegi gestionali in capo ad una pletora di nodi (in altri termini, spesso, permissioned coincide con l’adozione di un’architettura consortile/federale).

Le reti permissionless, per converso, non presentano formalmente requisiti di accesso e partecipazione e risultano meno scalabili una volta strutturate poiché coincidono spesso con architetture “orizzontali”, in cui cioè il consenso è distribuito paritariamente fra tutti i contributor su un unico piano operativo.

Nel tentativo di garantire un giusto compromesso fra le due strutturazioni e consentire ad aziende che vogliano impiegare in modo agevole tali tecnologie per specifiche finalità, senza tuttavia attenuare la trasparenza nei confronti degli utenti, sono recentemente sorte reti ibride, ossia permissioned (secondo varie architetture) ma sottoposte alla “vigilanza” o più correttamente governance di blockchain totalmente permissionless (es. Ethereum).

Movimentabile con un “portafoglio elettronico” (c.d. wallet)

Esso contiene l’indirizzo che identifica in maniera univoca l’utilizzatore (ossia una chiave pubblica simile ad un IBAN (es.: 17muSN5ZrukVTvyVh3mT), alla quale è legata matematicamente ed indissolubilmente una chiave privata che permette di spendere le proprie criptovalute e che, dunque, va mantenuta segreta. Il wallet, accessibile con password, è utilizzabile non solo come un consueto conto, dunque inserendo le proprie credenziali sui siti di e-commerce che accettano pagamenti in valuta digitale, ma altresì attraverso un pratico QR code scansionabile. 

Più precisamente si distinguono:

  • hardware wallet: dispositivi specifici che permettono, in modalità off-line, sia di archiviare al proprio interno le chiavi private sia di firmare le proprie transazioni, garantendo dunque una maggior protezione dalle aggressioni tipiche della Rete;
    • software wallet (es. Electrum): installabili su personal computer o altro genere di dispositivi come supporti esterni;
    • web wallet: creabili on line su appositi portali noti come wallet providers (es. MyEtherWallet); quest’ultima soluzione, se da un lato risulta molto agevole sotto il profilo gestionale poiché non implica per l’utente il possesso di particolari conoscenze informatiche se non l’adozione delle misure di sicurezza idonee ad evitare intrusioni non autorizzate (autenticazione a due fattori, password complessa e diversa da quella usata per altro servizio, uso di un antivirus aggiornato ecc.), ed esclude i rischi derivanti dal detenere presso sé stessi dei valori di scambio (es. furti, rapine ed estorsioni), dall’altro richiede grande fiducia nel provider. Per le loro caratteristiche, i web wallet sono del tutto assimilabili ai cc.dd. account exchange, ossia i conti aperti sulle piattaforme per l’acquisto e lo scambio di criptovalute, cui si accennerà in seguito.

In ogni caso, dato che il wallet si sostanzia in un semplice file contenente records di transazioni, qualora venisse compromesso si perderebbe tutto il credito in esso contenuto.

Il cui valore può essere stabile o oscillante

  • nel primo caso si tratta ad esempio di cryptocurrencies ancorate ad una valuta avente corso legale, c.d. fiat (come il dollaro americano per il Tether);
  • nel secondo caso, invece, il valore della criptovaluta potrebbe dipendere da un bene materiale di riferimento come l’oro, o esclusivamente dalla legge della domanda e dell’offerta, ossia dal rapporto fra disponibilità sul mercato e numero di acquirenti.

Si distinguono in proposito:

  • criptovalute in numero limitato, ossia coniabili (minabili) fino ad uno specifico ammontare e quindi definite deflattive, avendo un andamento valoriale tipico dei beni limitati (es. Bitcoin, che per questo viene associato spesso all’oro);
  • criptovalute in numero illimitato (tipicamente lo sono quelle centralizzate, in quanto è il team proprietario del protocollo a farsi garante della stabilità del loro valore ma ne esistono anche di decentralizzate come Ethereum). Ne deriva, che il valore di queste criptovalute è dipendente esclusivamente dalla loro utilità, ossia dalla loro funzione anche rispetto a possibili progetti derivati, dall’utilizzabilità nel presente e per il futuro che la comunità adottante gli riconosce e dalla fiducia nella loro sicurezza ed implementazione (in altri termini da quello che genericamente viene definito “consenso”). Una eventuale perdita di adozione si traduce immediatamente in una perdita di valore, trattandosi, come si è detto, di meri records digitali.

Stablecoin, token economy e tokenomics

L’interesse per l’emissione di criptovalute dal valore stabile è notevolmente aumentato nell’ultimo anno e mezzo[6] in quanto:

1. possono astrattamente porre rimedio ai seguenti problemi:

  • la progressiva perdita di potere di acquisto cui si va in contro nella nostra economia inflazionistica;
  • eccessivo costo dei sistemi di pagamento elettronico tradizionali;
  • eccessivo costo degli spostamenti di capitali fra banche, soprattutto intercontinentali;
  • diffusione di digital asset rischiosi per gli investitori e che, al più, per le loro caratteristiche economiche / informatiche, si prestano a fungere da riserva di valore e non da moneta per pagamenti quotidiani (vedi Bitcoin)[7].

2. si pongono in perfetta sintonia con l’evoluzione del sistema capitalistico, nelle sue due nuove sfaccettare:

  1. la token economy da intendersi, come descritto in precedenza, quale sistema di gamefication in cui l’utente diviene parte attiva del sostentamento della specifica piattaforma, ottenendo, in cambio del suo contributo, dei benefits sotto forma di gettoni virtuali[8].
  2. la tokenomics, ossia la creazione di un nuovo valore di scambio rappresentato in token e basato sui propri stessi prodotti. Una prospettiva che apre nuove opportunità di business, in particolare per quelle aziende che possono mettere a valore brand e asset di prodotto.

I due sistemi possono integrarsi reciprocamente ma è bene tenerli distinti per chiarezza concettuale. Fra le grandi aziende che si stanno muovendo in tal senso spicca Jaguar, la quale, nel mese di aprile 2019, ha stretto una collaborazione con IOTA, al fine di remunerare con token i dati forniti dagli utenti relativamente alle attività compiute con gli autoveicoli[9]. Lo sviluppo di nuovi modelli di business, finalizzati a combinare il c.d. petrolio digitale (Big Data) con la token economy, dando vita a innovativi paradigmi della gamification, era solo questione di tempo. Superata l’iniziale impasse generata dal GDPR, infatti, si è ben presto compreso che la nuova normativa europea ha di fatto liberalizzato lo sfruttamento delle informazioni degli utenti, purché puntualmente informati. 

Exchange e altri metodi per acquisire criptovalute

Le modalità per entrare in possesso di criptovalute sono:

  • l’accettazione come metodo di pagamento in luogo della valuta fiat;

Sono gruppi di utenti che “uniscono” la potenza computazionale dei propri dispositivi (c.d. hashrate) per avere maggiore probabilità di validare un intero blocco di transazioni (ogni 10 minuti) e, dunque, ricevere una reward più ingente. Con Bitcoin corrisponde attualmente a 12,5 btc, i quali vengono suddivisi in modo proporzionale al rispettivo contributo. Poiché più grande è il pool, più i guadagni di un membro sono stabili e prevedibili, quelli cinesi sono maggiormente attrattivi rispetto ad altri e ciò ne determina l’ingrandimento progressivo nel tempo. Come detto, il mining costituisce il sistema di conio di bitcoin e, nel giugno 2020, è previsto il dimezzamento dell’attuale reward a 6,25 bitcoin (c.d. halving). Il primo è avvenuto nel 2012, con il passaggio da una reward di 50 bitcoin per blocco a 25, mentre il secondo è avvenuto nel 2016.

  • il marketing remunerativo nella forma:
    • del c.d. airdrop ossia la distribuzione di criptovalute in cambio dell’apertura di un account presso una piattaforma (presenta elementi di rischio per l’utente poiché comporta la fornitura di informazioni personali attraverso le procedure di identificazione KYC. Di conseguenza è necessario informarsi dettagliatamente sulla legittimità della piattaforma e sui termini e le condizioni di relativo utilizzo);
    • dei corsi di formazione sulla natura e il funzionamento delle criptovalute (Coinbase, ad esempio, da qualche mese li effettua attraverso la sezione Coinbase Earn. Con dei brevi video, infatti, l’utente ha la possibilità di apprendere gratuitamente cosa sono e come funzionano le cryptocurrency DAI[10], Eos[11], XLM[12], Zcash (ZEC)[13], Basic Attention Token (BAT)[14] e ZRX[15]. Al termine dei corsi, l’utente deve rispondere a delle semplici domande e, nel caso siano corrette, viene remunerato con un certo ammontare delle varie crypto. Per iscriversi e ricevere l’accredito è ovviamente necessario, preliminarmente, aver attivato un account Coinbase).
  • lo scambio con valute fiat sulle cc.dd. “exchange platforms”, società come Binance, Bitstamp, Coinbase e Kraken (ne esistono anche nel dark web)[16].

Il numero delle criptovalute è aumentato esponenzialmente col tempo, passando dalle quattrocento del 2015 alle oltre mille del 2017 e registrando un assestamento nel 2018, in seguito al profondo dump di Bitcoin, in quanto ha determinato un calo tale del prezzo di coin e token minori, da indurre gli exchange a de-listarne moltissime e a stabilire delle linee guida interne più serie per valutare quali sarebbero state listate in futuro.

Le criptovalute, infatti, non hanno tutte lo stesso peso ed affidabilità sul mercato. Quelle scambiabili con valuta ordinaria (euro o dollaro U.S.A.), in media sono soltanto: Bitcoin, Bitcoin Cash, Ethereum, Ethereum Classic, Litecoin e Ripple, ossia quelle con la più alta capitalizzazione di mercato.

Più raramente è possibile rinvenire exchange che ammettono lo scambio diretto in fiat di criptovalute dalla minore capitalizzazione come Monero, EOS, ZCash e Stallar Lumens.

Per ottenerle, infatti, nella maggior parte dei casi è necessario aver preliminarmente acquistato criptovalute come Bitcoin o Ethereum.  Ponendo l’esempio di aver acquistato dei bitcoin con dollari U.S.A. su Coinbase, operazione per la quale è stato pagato l’1,49 % in commissioni se effettuata con bonifico bancario o il 3,99 % se con carta di credito, e si voglia scambiarli con Ripple su Binance, sarà necessario anzitutto trasferire il saldo del wallet web su Coinbase in quello dell’altra piattaforma, quindi procedere allo scambio con Ripple, al costo dello 0,1 % di questi ultimi[17].

Successivamente, per riottenere dollari U.S.A., sarà necessario procedere a ritroso, avendo cura di scegliere le piattaforme più convenienti (ad esempio, in Coinbase Pro la sezione riservata al trading, le commissioni sono notevolmente inferiori a quelle della piattaforma “madre”).

Altro genere di piattaforme, più orientate al trading, come IQ option e plus500, trattengono invece, generalmente, circa il 10% della valuta fiat investita in ogni operazione. 
In quest’ultime, in particolare, non vengono scambiate direttamente criptovalute ma effettuate operazione con cc.dd. CFD a leva, dunque notevolmente più rischiose delle ordinarie[18].

È evidente che tutto ciò debba essere tenuto in debita considerazione al momento di effettuare un investimento, giacché può incidere pesantemente sulla possibilità di ottenere un profitto.

Peraltro, all’attuale stato di regolamentazione del mercato, non è di certo l’unico fattore di cui un investitore avveduto dovrebbe preoccuparsi. Ciascuna delle piattaforme esistenti, infatti, indica differenti valori delle valute, con divari spesso talmente rilevanti che l’azione speculativa potrebbe essere condotta anche solo attraverso il passaggio da una exchange all’altro. 
Si consideri infatti che nel mese di dicembre 2017, quando sono stati raggiunti i più alti picchi di crescita nella storia delle criptovalute, Bitcoin ha registrato variazioni del suo valore, fra i vari exchange, anche nell’ordine dei 6.000 dollari[19].

Conclusione

Nel prossimo approfondimento si esplicherà la complessa classificazione delle criptovalute effettuata dall’Università di Zurigo, sulla base di attributi di scopo, governance, funzionali e tecnici.

Note

[1] Articolo 1, comma 2 lettera qq), del decreto legislativo 21/11/2007, n. 231, come modificato dal D.lgs n. 90 del 2017 in attuazione della direttiva (UE) 2015/849 (c.d. AMLD4) relativa alla prevenzione dell’uso del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo e recante modifica delle direttive 2005/60/CE e 2006/70/CE e attuazione del regolamento (UE) n. 2015/847 riguardante i dati informativi che accompagnano i trasferimenti di fondi e che abroga il regolamento (CE) n. 1781/2006. (17G00104) (GU Serie Gen. n.140 del 19-06-2017 – Suppl. Ord. n. 28); Decreto entrato in vigore il: 04/07/2017.

[2] Art. 1 c. 2 lett. h ter.

[3] BERTOLINI G. (2019), “IL (DIS)ORDINE MONDIALE – PARTE 1: la lotta per l’egemonia globale” e “IL (DIS)ORDINE MONDIALE – PARTE 2: la conquista del cyberspace”, Crypto Avvocato.

[4] Implementabile ricorrendo a servizi di c.d. mixing. Cfr. CAVICCHIOLI M. (2018), “I bitcoin mixer sono legali?”, Cryptonomist.

Per un’analisi dettagliata di Bitcoin e del significato di pseudo-anonimato si rimanda a BERTOLINI G. (2018), “Bitcoin – Luci e ombre della moneta del futuro”, Salvis Juribus

[5] Per approfondimenti in merito al rapporto fra Blockchain e Distributed Ledger Tecnology si rimanda a BELLINI M. (2018), “Che cosa sono e come funzionano le Blockchain Distributed Ledgers Technology – DLT”

[6] Cfr. CAVICCHIOLI M. (2019), “Wirex: 26 stablecoin sulla blockchain di Stellar”, Cryptonomist

[7] Per approfondimenti sulle stablecoin si rimanda a SPAGNUOLO E. (2019), “Stablecoin: come funzionano gli “anti-bitcoin” con un prezzo stabile”, Wired

[8] La Token Economy (economia a gettoni) venne sperimentata per la prima volta addirittura nel XIX secolo, in forma di “contratto educativo”, da Alexander Maconochie, capitano della Royal Navy, con i prigionieri a lui affidati nella colonia penale dell’isola di Norfolk, nel sud del Pacifico, per convincerli a collaborare. Più precisamente, il “contratto educativo” è quello in virtù del quale l’alunno (o il gruppo) pattuiscono con l’educatore che l’accesso a certi cc.dd. “rinforzatori” (musica, televisione, dolci, giocattoli, giornalini, ecc.) avverrà previo pagamento di un certo numero di gettoni o altri oggetti simbolici stabiliti per convenzione, i quali si ottengono emettendo comportamenti adeguati (cc.dd. goals) previsti dal contratto.

[9] Cfr. SUBERG W. (2019), “IOTA stringe una collaborazione con Jaguar Land Rover, il valore della criptovaluta impenna del 20%”, Cointelegraph

[10] La stablecoin decentralizzata basata sulla blockchain di Ethereum, che punta a valere quanto un Dollaro USA.

[11] Il token della omonima blockchain. Sviluppata con protocollo EOSIO, il suo obiettivo è consentire la creazione, più agevolmente di Ethereum, di DAPP gratuite e sicure.

[12] Il token della piattaforma Stellar Lumens, sviluppata per collegare più agilmente banche, sistemi di pagamento e persone.

[13] Un criptovaluta con funzionalità di privacy avanzate derivanti dall’uso del protocollo Zero Knowledge Proof.

[14] Il token con cui il browser Brave condivide con gli utenti parte degli utili generati dalle inserzioni pubblicitarie.

[15] Il token di 0x, la piattaforma che intende agevolare il processo di tokenizzazione, consistente nel dare una rappresentazione in criptovaluta a tutto ciò che è suscettibile di valutazione economica.

[16] Il surface web (web di superficie) costituisce la parte più piccola, emersa e visibile del web. È composto dai contenuti indicizzati dai motori di ricerca classici (cd. generalisti come Google) e liberamente accessibili dagli utenti: trattasi per lo più di contenuti statici, pagine web testuali o comunque strutturate, alcune delle quali possono anche connettersi a contenuti presenti nel deep web (come accade per l’accesso alla pagina privata del proprio profilo Facebook, o quando si accede a quella di Registroimprese o dell’albo professionale).

Il deep web (web sommerso o invisibile) rappresenta, la parte più grande del web, costituita dall’insieme delle risorse informative non indicizzate, dunque individuabili solo conoscendone lo specifico URI, o effettuando ricerche mirate con motori particolari, o accessibili solo in seguito a riconoscimento/autorizzazione, ma visualizzabili con ordinari browser.

Al “confine” con il dark web possiamo poi collocare i contenuti non indicizzati e che richiedono uno specifico programma per essere visualizzati (trattasi di contenuti non testuali).

Il dark web (web oscuro), la parte più “profonda” del deep web, è costituito dai contenuti non indicizzati, che richiedono uno specifico programma per interagirvi e altresì collocati in server la cui posizione in Rete è stata nascosta dai rispettivi programmatori attraverso strumenti di anonimizzazione come TOR o I2P. Per accedere alle sotto reti (cc.dd. “dark nets”) nelle quali sono allocati i suddetti contenuti e visualizzarli, infatti, sono necessari appositi programmi in grado di sfruttare la struttura e le regole di Internet ma un proprio protocollo di connessione, in modo da garantire una navigazione non tracciabile.

Cfr. inter alia FLORINDI E. (2016), “Deep Web e bitcoin, vizi privati e pubbliche virtù della navigazione in rete”, Imprimatur srl, p. 13; GREENBERG A. (2014), “Hacker Lexicon: What Is the dark web?”, Wired on line

e EGAN M. (2015), “What is the dark web? How to access the dark web – How to turn out the lights and access the dark web (and why you might want to)” Tech advisor.co.uk 

[17] La principale piattaforma di scambio, attualmente, è Bitfinex. Nel tempo i volumi sono aumentati al punto da indurre i gestori ad imporre ai nuovi utenti un ammontare minimo di 10.000 dollari per l’apertura degli account. Nessuna limit è invece presente su Binance, il quale ha scalato rapidamente il ranking degli exchange non solo grazie alla sua facilità di utilizzo e alla variegata offerta ma soprattutto grazie al ridotto ammontare delle commissioni sugli scambi. Queste, peraltro, sono ulteriormente riducibili attraverso l’acquisto del token di Binance, ossia BNB.

[18] Cfr. compiutamente su AVATRADE, “Cosa sono i CFD” 

[19] Per approfondimenti in merito all’attuale regolamentazione fiscale delle plusvalenze derivanti da attività di acquisto/vendita di criptovalute si rimanda a IASELLI G., SANDALO A. (2018), “Criptovalute: plusvalenze e quadro RW in attesa di chiarimenti”, IPSOA 

e CAPACCIOLI S., DEOTTO D. (2019), “Bitcoin in RW, il bivio della «chiave»”, IlSole24Ore